giovedì 22 novembre 2012

(circa)Recensione: "Dizionario delle cose perdute " di Francesco Guccini

TITOLO: Dizionario delle cose perdute
AUTORE: Francesco Guccini
EDITORE: Mondadori (Libellule)
PREZZO: € 10.00

TRAMA: Una volta, c'era la banana: non il frutto amato dai bambini, bensì l'acconciatura arrotolata che proprio i bimbi subivano e detestavano ma che veniva considerata imprescindibile dai loro genitori. I quali, per bere un buon espresso, dovevano entrare al bar e chiedere un "caffè caffè", altrimenti si sarebbero trovati a sorbire un caffè d'orzo. Una volta, per scrivere, non c'erano sms o e-mail, ma si doveva dichiarare guerra ai pennini e uscire da scuola imbrattati d'inchiostro da capo a piedi. Una volta, si poteva andare dal tabacchino, comprare una sigaretta - una sola - e fumarsela dove meglio pareva: non c'erano divieti, e i non fumatori erano una gran brutta razza. Una volta, i bambini non cambiavano guardaroba a ogni stagione, andavano in giro con le braghe corte anche d'inverno e - per assurdo contrappasso - col costume di lana d'estate. Una volta, la Playstation non c'era, si giocava tutto il giorno per strada e forse ci si divertiva anche di più. Una volta, al cinema pioveva... Con un poco di nostalgia, ma soprattutto con la poesia e l'ironia della sua prosa, Francesco Guccini posa il suo sguardo sornione su oggetti, situazioni, emozioni di un passato che è di ciascuno di noi, ma che rischia di andare perduto, sepolto nella soffitta del tempo insieme al telefono di bachelite e alla pompetta del Flit. Un viaggio nella vita di ieri che si legge come un romanzo: per scoprire che l'archeologia "vicina" di noi stessi ci commuove, ci diverte, parla di come siamo diventati.

RECENSIONE:

Si può davvero recensire un libro del genere?  Ma… se… fors-… no.
L’idea di scrittura è senza dubbio carina: una sorta di raccolta di memorie legate a particolari giochi, usanze o semplicemente prodotti  che ormai non sono più d’uso comune (e diciamocelo, spesso obsoleti). Le ‘cose perdute’ del titolo, appunto.
Personalmente  sono troppo giovane per avere ricordi legati a questi oggetti (ovviamente…), ma lo sono anche troppo poco per gustarmi quell'aura di mitologia e ‘sacralità’ che l’autore vorrebbe evocare. Già solo mio padre mi aveva già parlato di molte di queste ‘cose’, quindi non avevo nemmeno il gusto della sorpresa.
Quindi se si è ‘un po’ più maturi’ o al contrario si legge questo romanzo con la curiosità dell’ignoranza (chiamiamola così e speriamo di essermi spiegata...ovviamente è inteso con significato letterale, non certo d'insulto), allora questo libro può essere senz'altro molto evocativo, ma per me (cinica incallita) è stato semplicemente un simpatico passatempo.



Questa non è la prima Non-recensione che faccio e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima, ma che volete farci? Se un libro non ispira la mia penna non c’è verso di mettere nero su bianco qualcosa di coerente. Spesso non c’entra una vera e propria ‘critica’ nei confronti del libro in questione, è solo che la recensione non sgorga spontanea.
Per il parere poi, c’è sempre la stellazione.

Serena

P.S.: Scusate l’abuso di parentesi tonde, ma per me sono l’equivalente in punteggiatura della ‘voce fuori campo’ cinematografica per esprimere il pensiero, anche se c’entra poco.

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