giovedì 1 novembre 2012

Recensione(?): "L'impero dei draghi" di V.M. Manfredi

TITOLO: L'impero dei draghi
AUTORE: Valerio Massimo Manfredi
EDITORE: Mondadori (Oscar)
PREZZO: € 10.00

TRAMA:
Anatolia, 260 d.C. L'assedio dei Persiani ha stremato la resistenza della città romana di Edessa, l'imperatore Valeriano è stato catturato insieme al capo della sua guardia personale, Marco Metello Aquila, eroe dell'impero e leggenda vivente, e ad altri dieci dei suoi uomini più valorosi. Marciranno ai lavori forzati, in una miniera da cui nessuno è mai riuscito a evadere. Ma c'è chi conosce quei cunicoli bui: Metello e i suoi fuggono e trovano rifugio in un'oasi dove èatteso un misterioso personaggio braccato dai Persiani. I Romani ne diventano la milizia privata con il compito di scortarlo nel mitico regno della seta, la Cina. Ha inizio così un'epopea straordinaria attraverso le foreste dell'India, le montagne dell'Himalaya, i deserti dell'Asia centrale: un viaggio favoloso al termine del quale Marco Metello scoprirà di non essere il primo Romano ad aver raggiunto quel mondo remoto...

RECENSIONE:

Questa non sarà una recensione, sarà una buffonata.
Me ne sono resa conto anche mentre leggevo il libro che non lo stavo prendendo sul serio. A questo punto lungi da me criticare stile o storia (questa magari un pochino sì) di Manfredi… la mia sarà solo la versione cartacea (ora digitale) dalla parodia recepita senza apparente motivo dal mio cervello.
Non lo so nemmeno io come l’ho preso questo libro, so solo che mi sono fatta grasse risate per tutta la lettura. E non era il caso.

“L’impero dei draghi” in realtà è un libro di un autore molto famoso e apprezzato, del quale però non avevo mai letto nulla. L’occasione mi si è presentata quando, un Natale di diverse lune fa, mi sono stati regalati due libri di Manfredi. Per vari motivi ho aspettato un bel po’ di tempo (qui leggi anni) per trovare la voglia di leggerli… e forse avrei dovuto aspettare ancora un pochino.
Prima di cominciare il romanzo avevo solo capito che si parlava di legionari romani e io, nella mia ingenuità, pensavo a sterminati campi di battaglia, botte da fabbri con i barbari e formazioni testuggine (insomma, un misto tra “Il gladiatore” e “Asterix e Obelix”). E dire che mi sarebbe bastato leggere con più attenzione il sottotitolo per farmi un’idea più precisa dal contenuto… Ma va beh.

Iniziamo subito con un avvio classico della storia: una promessa fatta al figlioletto che già si sa non potrà essere mantenuta (nell'immediato) e un conseguente pesante ammiccamento al lettore accorto per suggerirgli come tutto andrà a finire. Tutto ciò entro pagina 14.
Marco Metello Aquila, comandante della guardia personale dell’imperatore Valeriano, parte con i suoi valorosi uomini per scortare l’imperatore all'incontro per  un trattato di pace con i Persiani, ma se abbiamo imparato qualcosa da “300” è che dei persiani non bisogna fidarsi: infatti l’incontro si rivela essere un’imboscata. E qui io penso: "Dai che adesso si combatte!". 
Il combattimento dura un nonnulla e vengono tutti fatti prigionieri. 
Ma sì dai, sarà per la prossima volta. L’imperatore, Metello e i suoi vengono quindi catturati e, dopo diversi mesi di marcia, troppe descrizioni del desolato paesaggio desertico e tanta noia da parte mia, arrivano ad una terribile cava persiana dove nessuno sopravvive a lungo e dalla quale nessuno è mai fuggito. Qui, tra altre descrizioni dello squallore del posto e tanta autocommiserazione, la questione si trascina per un po’, e tu lettore ti trovi a pregare Giove tonante di liberarli solo perché sei all'inizio del libro e non potresti sopportare altre 350 pagine di questo. Possiamo ben riassumere l’intera prigionia con i pensieri ricorrenti del protagonista: “Ah, che mestizia. Siamo prigionieri. Orgoglio romano calpestato ” … Uff… 
Finalmente però le cose si smuovono e tu pensi: “Dai che stavolta, per liberarsi dalla prigione inespugnabile fanno una strage!”. 
E invece spezzano due colli (un po’ di più, in realtà, ma molto velocemente) e se ne vanno alla chetichella. 
A questo punto comincia la dettagliatissima descrizione della loro tutt'altro che adrenalinica e rocambolesca fuga, riescono poi a farsi aiutare da un mercante e il clou dell’azione è una grossa tempesta in mare. Fate voi… 
Ovviamente però il mercante tiene fede al proprio ruolo e non fa nulla per nulla: in cambio dell’aiuto per fuggire dall’Impero Persiano pretende che Metello e i suoi scortino lui e un misterioso ospite nientepopodimeno che in Cina. Eh sì, perché prima della partenza in mare alla ciurma si era aggiunto un. principe cinese (con uno spettacolara entrée con salto coreografico stile E’-un-uccello-E’-un-aereo-No-è-Superman).
Ad ogni modo, oltre a mangiare e meditare il Principino non fa molto…. Eccetto dare l’ennesimo pretesto a Metello per lanciarsi in dettagliate secondo lui suggestive descrizioni del misterioso principe cinese che medita. 
Ma anche basta, direi.
Ora però comincia il bello. Non che il tutto mi risultasse più coinvolgente o pieno di ritmo (proprio no), ma è stato l’accumulo di assurdità a prendermi alla sprovvista. In rapida successione abbiamo: combattimento con una lince, lezioni on the road di cinese, attacco di ninja cinesi, eunuchi che sventrano monaci e… monaci cinesi ninja. Cioè, sul serio? 
Ma il ritmo delle assurdità non si arresta e quindi abbiamo ancora: rapimenti, vengono di nuovo fatti prigionieri, combattimenti in un ‘Colosseo’ cinese, massacro del 90% dei personaggi che conoscevamo, colpi mortali alla “Foresta dei Pugnali Volanti” e principesse innamorate.
A quel punto avevo due personalità: una era del tutto disinteressata al destino di Metello, l’altra voleva vedere quante altre farloccaggini sarebbero riusciti ad inanellare tutte insieme.
In tutti questi colpi di scena, Metello è stato prima catturato poi quasi ucciso dal perfido Wei (eunuco spodestatore del legittimo erede al trono che lo aveva menomato... Esatto, Wei voleva vendicare i suoi gingilli…) e riesce a fuggire (quasi morto) grazie all'aiuto dell’eterea principessa cinese che, circa 15 minuti prima, si era innamorata di lui (per non menzionare che era proprio a causa della suddetta che il dittatore aveva perso i gingilli…)
Ora, chiunque sarebbe fuggito di corsa dalla Cina per evitare l'attacco dell’eunuco folle, e invece il prode Metello ha deciso di rimanere, si è rifugiato in una qualche località inaccessibile dei monaci, si è sottoposto ad un intenso allenamento metti-la-cera-togli-la-cera (con descrizioni stranamente solo abbozzate qui e là) e si è anche preso il premio di consolazione. Sì, la principessa.
Ma l’astuto Wei non si è arreso. Con uno stratagemma telefonatissimo e per nulla originale, riesce a scovare l’inaccessibile fortezza e a prenderla d’assalto con i suoi impareggiabili guerrieri ninja…. che si fanno terrorizzare come pollastre da un trucchetto di Metello per ‘far tornare in vita’ un esercito di terracotta.
Quindi Wei, il più incattivito, crudele, feroce ed esperto guerriero cinese… viene ucciso come un pirla qualsiasi in un modo banalissimo.
Proprio sul finale Metello si ricorda “Toh, ma io avrei lasciato un pargolo orfano a casa…” e decide di tornare a Roma con la bella principessa. Evvai.

Da tutto quello che ho scritto risulta chiaro che non ho apprezzato molto il libro in sé, quanto piuttosto le risate che mi sono fatta. Non so se in un momento diverso lo avrei apprezzato di più o mi sarei limitata a trovarlo noioso, difficile a dirsi. Fatto sta che non mi sento di sconsigliare spassionatamente il romanzo, non sia mai, ma tanto meno di consigliarlo. Fate voi.

Serena

3 commenti:

  1. anche se hai sminuito un po' troppo il libro

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    1. Questo semplicemente perché quando ho smesso di trovarlo noioso, ho cominciato a trovarlo ridicolo. Non potevo certo lanciarmi in lodi sperticate di un libro che non sono riuscita a prendere sul serio, no? Non credo proprio che questo sia il mio genere... Ma penso di voler dare un'altra occasione a Manfredi ;D

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