domenica 11 maggio 2014

John Green's Crash Course Literature 208: Il crollo - parte I


DISCLAIMER
Tutto quello che troverete scritto qui di seguito non è di mia proprietà ma si tratta di una semplice traduzione in italiano delle lezioni di letteratura tenute da John Green nel suo canale YouTube Crash Course, fruibili gratuitamente e che vi invito a visionare.
Per quanto riguarda la traduzione, non aspettatevi una traduzione letterale: ho smussato qui e là e mi sono concessa diverse licenze poetiche per rendere il tutto più fluente e chiaro in italiano.
Infine, questa traduzione mi è costata tempo e fatica e gradirei essere informata prima che il mio lavoro venga copia-incollato da chiunque e chicchessia. E' una questione di rispetto.
Enjoy





" Ciao, sono John Green, questo è Crash Course Literature, e oggi parleremo di Il crollo di Chinua Achebe.

Il crollo è ambientato in quella che oggi chiamiamo Nigeria, durante il tardo Diciannovesimo secolo, ma fu scritto nel 1958, proprio quando il sistema coloniale in Africa si stava sgretolando.
Uno dei motivi per cui Il crollo è così importante è che prima di questo libro la maggior parte dei romanzi sull'Africa e gli Africani in inglese erano stati scritti da Europei.
Achebe ribaltò completamente  la concezione europea “tradizionale” degli Africani visti come selvaggi, e affrontò il grande fallimento degli uomini nel:

“vedere gli altri esseri umani come esseri umani”


Grazie a personaggi con i quali puoi pensare, respirare e immedesimarti, viene denunciata, strato dopo strato, la realtà dell'espansione coloniale, e ci vengono mostrare le cicliche e crudeli conseguenze derivanti dal potere sia individuale che istituzionale quando basato su paura, odio e ignoranza.

Le cose crollano ne Il crollo non solo a causa delle pressioni esterne del colonialismo, ma anche a causa delle pressioni “interne” del personaggio principale, Okonkwo
Okonkwo è un uomo "famoso in tutti e nove i villaggi e anche oltre" la cui "fama si basava su importanti meriti personali"È noto per la sua forza e la sua abilità come lottatore; per esempio all'apice della sua carriera, davanti ad una folla di più di 10˙000 persone, Okonkwo riuscì a battere l'imbattuto lottatore noto come “il Gatto” in un incontro. Il Gatto!
E riguardo a questo match ci vene detto:

"Gli anziani riconobbero essere stata una delle più feroci da quando il fondatore della loro città  aveva combattuto uno spirito della foresta per sette giorni e sette notti."

Veniamo a scoprire tutto questo, per altro, già nel primo paragrafo del romanzo, quindi veniamo subito catapultati in questo mondo di ordine e credenze, di competizioni e lotta, e di storie che vengono custodite e tramandate dagli anziani. E sappiamo dall'inizio che Okonkwo è un uomo tenuto in grande considerazione non solo per la sua abilità come lottatore, ma anche perché:

"una volta così povero e sfortunato, era diventato all'improvviso uno dei più ricchi del clan."


Ma a dispetto del proprio status e di tutti i suoi successi, Okonkwo è tormentato.
Ora - non è proprio come quando il padre di Amleto si aggirava di notte covando vendetta - ma Okonkwo vede il proprio padre ovunque si trovi. Suo padre, Unoka, aveva contratto debiti in tutta la città e sprecava tutto il proprio tempo suonando il flauto e bevendo vino di palma.


Teenage-John-Green: Mr Green! Mr Green! Sembra piuttosto buono…

Sono sicuro che sia delizioso, Me-del-Passato, anche se sappiamo bene entrambi che non riesci a reggere nemmeno una bottiglia di fragolino senza vomitare.
Ma la cosa importante è che nell'Umofia del Diciannovesimo secolo non era possibile tirare avanti senza la voglia di rimboccarsi le maniche; il che, adesso che ci penso, è vero anche oggi, Me-del-Passato.
Quindi Okonkwo crebbe sapendo che l’intero villaggio considerava suo padre un perdente, e il dolore lo condizionò fortemente; infatti, come scrive Achebe:

"tutta la sua vita era dominata dalla paura, paura del fallimento e della debolezza."

E questa non è come la mia paura dei ragni, la mia paura delle altezze, la mia paura di volare o la mia paura che il burro d’arachidi mi si attacchi al palato, questa è una paura seria.
Per Okonkwo:

"era più intensa e più profonda della paura della magia, e degli dei capricciosi e maligni, della paura della foresta e delle forze malefiche della natura, dai denti e dagli artigli rossi."

La suddetta citazione mi permette anche di menzionare qualcosa di molto importante riguardo Il crollo, ovvero il fatto che il verso "dai denti e dagli artigli rossi" è preso tratto da un poema di Tennyson.
Nel corso del romanzo, Chinua Achebe fa consapevolmente utilizzo sia di tipologie di narrazione tipicamente Africane, sia di quelle Europee. L’esplorazione delle connessioni e delle differenze tra due tradizioni narrative è davvero interessante, e non è qualcosa che si riesce a trovare così chiaramente in Jane Eyre o Amleto.

Ad ogni modo, Okonkwo è sempre in fuga della propria profonda paura della debolezza e del fallimento, e questo gli da la spinta per passare dall'essere un povero mezzadro, all'avere potere, posizione sociale e ricchezza. Ma lo rende anche un po’ stronzo.
Okonkwo sviluppa:

"una sola passione - l'odio per tutto quello che suo padre Unoka aveva amato.
Una di queste cose era la gentilezza, un'altra l'ozio."

C’è un passaggio rilevante nel romanzo, nel quale Achebe dice che Okonkwo:

"sembrava muoversi su molle, come se stesse per balzare addosso a qualcuno."

e poi aggiunge:

"E in effetti molto spesso balzava addosso a qualcuno."

Questo suo "balzare", e più in generale la sua rabbia, finiscono col portarlo a compiere tre trasgressioni alle quali non può rimediare, e la sua punizione sono sette 7 anni di esilio. In più, ovviamente, i suoi sogni di raggiungere ancor più potere nel suo clan si dissolvono.

Ma diamo un’occhiata ai primi due errori di Okonkwo.
Il mondo di Okonkwo, più o meno come l’Antica Grecia di Edipo, è un mondo in cui gli errori vengono sempre puniti, e lui viene punito per i propri tre errori.
Il primo è il feroce pestaggio di una delle sue mogli durante la Settimana della Pace, una ricorrenza durante la quale qualsiasi tipo di violenza è proibita, per onorare della dea della Terra e propiziare un raccolto abbondante. Okonkwo non solo infrange la Settimana della Pace, la disonora. Non solo massacra la moglie per essersi fatta intrecciare i capelli invece di rimanere a casa a cucinare, ma cerca di spararle. Fortunatamente per tutti i coinvolti, è un pessimo tiratore, e la manca.
Per la cronaca, Okonkwo ha dei seri problemi con le donne per tutto il libro. È costantemente brutale e violento, e l’affermazione che lui:

"dirigeva la famiglia con mano pesante."

è decisamente un eufemismo.


La sua brutalità è strettamente connessa alla sua paura di qualsiasi cosa venga percepita come gentile o debole e la sua convinzione -ignorante- che quelle caratteristiche siano associate con la femminilità... insinuazione che, per altro, il libro stesso più avanti dissipa, mostrando un'altra delle sue mogli e il suo coraggio e forza quando si tratta di proteggere la figlia.

La seconda infrazione di Okonkwo è uccidere un ragazzo con il suo machete; e non si tratta nemmeno di un ragazzo qualsiasi, ma è Ikemefuna, che Okonkwo ha cresciuto nella propria casa per tre anni; un giovane uomo che lo chiamava “padre”.
Ikemefuna era stato consegnato da un altro clan come sacrificio per evitare una guerra, ed era stato mandato a vivere nell'abitazione di Okonkwo, dove divenne un membro della famiglia e grande amico del figlio di Okonkwo. Ci viene detto:

"Okonkwo era intimamente compiaciuto del cambiamento di suo figlio, e sapeva che il merito era di Ikemefuna."

Ovviamente non ne dà mai mostra, perché:

"Okonkwo non manifestava mai nessun sentimento apertamente, a meno che non fosse un sentimento di collera."

Alla fine il clan decise che Ikemefuna dovesse essere sacrificato per soddisfare la Dea Terra, e Okonkwo venne avvertito di non prendere parte al rituale a causa della sua stretta relazione col ragazzo, ma alla fine è lui stesso ad effettuare l’esecuzione, perché:

"Temeva di essere giudicato debole."



Oh ragazzi… è un libro tristissimo. Ed è triste su qualcosa come 82 livelli differenti; è questo a renderlo così bello.

Quindi Okonkwo viene finalmente esiliato, non per aver picchiato la moglie, non per aver ucciso Ikemefuna, ma per un incidente. La sua pistola fa fuoco durante un funerale e un uomo muore. Questo viene definito un "ochu femminile", un "omicidio femmina", perché non intenzionale.

 

Anche se per incidente, Okonkwo ha ucciso un membro del clan e offeso la dea Terra, e quindi viene mandato in esilio. Lui e la sua famiglia lasciano il villaggio e la loro abitazione viene bruciata.
Il migliore amico di Okonkwo, Obierka -che aiuterà Okonkwo durante l’esilio- si domanda:

"Perché un uomo doveva soffrire così per una colpa che aveva commesso involontariamente?"

E, come spesso accade nel villaggio, la risposta giunge sotto forma di proverbio:

"Come dicevano gli anziani, se  un dito è unto di olio, sporca anche gli altri."

Okonkwo ha commesso un errore e deve essere esiliato, altrimenti l’intera comunità potrebbe essere punita per quello che solo lui ha commesso.
Quest’atteggiamento fa leva sulla paura della comunità di venir distrutta assieme alla memoria collettiva preservata dagli anziani e dagli antenati.  Questo desiderio di mantenere la comunità intatta a tutti i costi è il motivo per cui la comunità stessa, alla fine, non segue Okonkwo alla fine del romanzo. Ma ovviamente, anche se nessuno lo segue, la comunità non può rimanere integra. Perché? A causa dei missionari e dell’Impero Britannico, che sono poi sintomi diversi della stessa malattia.

Quando i primi missionari compaiono al cospetto di Okonkwo e la sua famiglia, durante il loro esilio, solo un giovane viene davvero ammaliato: il primogenito di Okonkwo, Nwoye. Okonkwo percepisce che il figlio si sta allontanando e, saturo del proprio tragico rancore, cerca di controllarlo afferrandolo per la gola e minacciandolo. E come saprete se avete mai provato a minacciare un teenager, le minacce non fanno che allontanarli ulteriormente, e dopo questo incidente Nwoye si unisce definitivamente ai missionari.
Che posso dire, Okonkwo? Avresti dovuto leggere più young adult… E la lezione che trae Okonkwo da questa esperienza non è che è lui ad essere un idiota, ma che suo figlio è debole; si siede, fissa il fuoco e riflette riguardo la partenza del figlio, e ricorda che le persone un tempo lo chiamavano “fuoco ardente". E mentre fa queste considerazioni:

"E subito gli occhi di Okonkwoo si aprirono e tutto gli fu chiaro.
Il fuoco ardente genera cenere fredda e impotente."

Quindi Okonkwo stabilisce che lui è il "fuoco ardente" mentre il figlio è la "cenere fredda e impotente".


....Ooooh Cielo. Gli occhi di Okonkwo si "aprono" spesso ne Il crollo, ma in realtà non non vedono mai sul serio!.

Quando Okonkwo ritorna dall'esilio, un missionario cristiano è arrivato nel villaggio e molte persone si sono convertite al Cristianesimo. I primi ad essere convertiti sono i reietti della società, ai quali non era nemmeno permesso di tagliarsi i capelli. E questo ci ricorda che non sono stati solo gli Europei a fallire nel “vedere gli esseri umani come esseri umani”.
Quindi questi emarginati sono i primi convertiti, e questo successivamente porta all'arrivo dell’Impero Britannico e ad un radicale cambiamento sociale nella società degli Igbo. Proprio in questo vediamo come l’ossessione della comunità con la forza e la stabilità, in fine li porti alla debolezza e all'instabilità. Così come avviene nella vita di Okonkwo.

Dunque l’Impero Britannico segue a ruota la Chiesa e insedia tribunali, stazioni di polizia, prigioni ed empori… E così alla fine il mondo di Okonkwo si sgretola definitivamente.

Ne parleremo ancora la prossima settimana, ma oggi vorrei terminare citando un altro autore che scrisse del potere nell'Africa coloniale, Frantz Fanon, che parlò delle vie della resistenza. In una delle sue opere più famose riguardo a come il potere agisce, la sua invocazione finale, il suo gesto di resistenza è:

"O my body, make me always a man who questions!"


E forse è proprio qui che Okonkwo andò in contro alla propria rovina : non è in grado di mettere in discussione un sistema che sacrifica l’individuo per un fantomatico “bene superiore”, e non è in grado di mettere in discussione la sua stessa limitata concezione di “forza”. 
Ma lasciatemi far presente che questi problemi non non riguardano solo l'Uumofia del Diciannovesimo secolo. Così come Okonkwo e la sua comunità, anche noi come individui e società fatichiamo a vedere altri “esseri umani come esseri umani”; e come in Il crollo le conseguenze sono spesso disastrose.

Grazie per la visione, alla prossima settimana,
John Green."

4 commenti:

  1. Che bella questa rubrica. Grazie per le traduzioni :)
    Grande Green <3

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  2. Grazie ancora per questi adattamenti *-*
    Questo libro non l'avevo mai sentito nominare, ma adesso ho una voglia matta di leggerlo °___°

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    1. Vero?! Anche io lo sto cercando in tutte le biblioteche della mia zona ma è difficile da trovare!

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