sabato 17 maggio 2014

John Green's Crash Course Literature 209: Il crollo - parte II


DISCLAIMER
Tutto quello che troverete scritto qui di seguito non è di mia proprietà ma si tratta di una semplice traduzione in italiano delle lezioni di letteratura tenute da John Green nel suo canale YouTube Crash Course, fruibili gratuitamente e che vi invito a visionare.
Per quanto riguarda la traduzione, non aspettatevi una traduzione letterale: ho smussato qui e là e mi sono concessa diverse licenze poetiche per rendere il tutto più fluente e chiaro in italiano.
Infine, questa traduzione mi è costata tempo e fatica e gradirei essere informata prima che il mio lavoro venga copia-incollato da chiunque e chicchessia. E' una questione di rispetto.
Enjoy





" Ciao, sono John Green, questo è Crash Course Literature, e oggi continuiamo la nostra discussione su Il crollo di Chinua Achebe.


Teenage-John-Green: Mr Green! Mr Green! Non posso credere che stiamo impiegando 2 settimane a parlare di questo libro. Sarà lungo più o meno come un libro del "Babysitter's Club"...

Ok, chiariamo un paio di cose Me-del-passato. Prima di tutto, la lunghezza di un libro non è direttamente proporzionale alla sua qualità, e secondo, potrei fare 5 episodi di Crash Course Literature sul 26° libro del Babysitter’s Club: “Claudia e il triste addio”.
...Far finta che non ti piaccia il Babysitter's Club per cercare di sembrare più tosto… Ti ho beccato, Me-del –passato!


Il crollo è interessante su diversi livelli, e questo in parte è dovuto ai contesti storici del racconto. E badate bene che ho detto “contest-i”, al plurale. Questo infatti è un romanzo storico sulla colonizzazione dell’Africa nel tardo Diciannovesimo secolo, ma è stato scritto negli anni 50 del Novecento, proprio mentre i poteri coloniali europei stavano rinunciando alle loro colonie. E come il romanzo, Chinua Achebe visse a metà tra questi due periodi. Quindi cominciamo da qui.

Chinua Achebe (nato Albert Chinuamakuga Achebe) nacque nel 1930, circa ottanta anni dopo l’arrivo dei primi missionari tra gli Igbo. Suo padre si era convertito al Cristianesimo -ecco il perché dell’ "Albert"- grazie ad una delle scuole dei missionari in Nigeria, e divenne a sua volta un evangelizzatore per la Chiesa. Il resto della famiglia di Achebe, tuttavia, rimase fedele alla cultura tradizione Igbo e alle sue tradizioni religiose, il che vuol dire che Achebe passò la propria infanzia al “crocevia delle culture”, come lo definì una volta.
All'età di 8 anni sapeva leggere sia la lingua Igbo che l’inglese; leggeva Shakespeare e i testi dei missionari un giorno, e si sedeva ad ascoltare i racconti tradizionali di Igbo il giorno successivo; e Achebe scrisse Il crollo proprio per “raccontare di nuovo la storia del mio incontro con l’Europa in una maniera che mi si confacesse” e per replicare alla tradizionale visione europea dell’Africa e degli Africani con una raffigurazione d’umanità che corrispondesse concretamente alla complessità di reali esseri umani.

Con la storia di Okonkwo, Achebe immerge il lettore molto in profondità nella vita e cultura dell’antica popolazione Igbo, prima ancora che vi sia anche solo una menzione ai missionari. Abbiamo quindi una visione molto chiara delle strutture sociali e delle credenze e tradizioni che tenevano unita la comunità prima che gli europei arrivassero. Eccetto che, ovviamente, non si tratta un vero chiarimento perché per prima cosa è un racconto inventato e -ancora più importante- stiamo leggendo un racconto inventato scritto più di cento anni dopo il primo contatto con l’Europa.

Ad ogni modo, all'inizio del Il crollo, scopriamo che a Umofia:

"Il mondo dei vivi non era del tutto staccato dal regno degli antenati.
C'erano spostamenti dall'uno all'altro, soprattutto in occasione delle feste, e anche quando moriva un vecchio, perché un vecchio era molto vicino agli antenati.
La vita di un uomo, dalla nascita alla morte, era una successione di riti di transizione che lo avvicinavano sempre di più ai suoi antenati."

Quindi Achebe ci mostra una società funzionante, con istituzioni -come il concilio tribale- che risolvono le dispute e portano ordine a Umofia.
Forse queste istituzioni sono risultate incomprensibili agli Occidentali che erano arrivati per sfruttare il territorio, ma in Nigera avevano funzionato per migliaia di anni.
Successivamente quindi, quando i missionari Britannici e i governi coloniali fecero il loro ingresso sulla scena, non riuscirono a comprendere queste istituzioni e cercarono di rimpiazzarle con le loro religioni e i loro governi. Ma una delle cose più interessanti di questo romanzo è che non condanna né elogia irrevocabilmente nessuna delle due differenti visioni.  Ci sono chiaramente problemi in entrambi i sistemi di giustizia, e questo contraddice completamente la tradizionale visione iper-semplicistica europea delle popolazioni Africane pre-coloniali, secondo la quale queste popolazioni venivano viste o come selvagge e incivili, o come semplici e innocenti, quasi appartenenti ad un modo utopico.

Quindi Okonkwo si trova in esilio quando gli europei compaiono per la prima volta nella storia, ma una volta tornato nella propria comunità -ormai trasformata- inizia ad incoraggiare alla resistenza. Ma il suo amico Obierka risponde mestamente:

"È già troppo tardi. I nostri stessi uomini e i nostri figli hanno raggiunto le file dello straniero. Hanno accettato la sua religione e lo aiutano a mantenere il suo governo."

Questo è particolarmente interessante considerando che è stato scritto nel contesto di un’Africa in corso di  decolonizzazione della fine degli anni Cinquanta.
Quindi come raggiunse il potere l’Impero Britannico nella terra degli Igbo?


Nel Diciannovesimo secolo, quando gli eventi di questa storia di svolgono, tutti i grandi poteri europei si stavano alacremente dedicando all'espansione dei propri imperi coloniali in tutto il mondo.
Queste colonie oltremare erano davvero vantaggiose sotto ogni punto di vista per gli europei, perché non solo fornivano materiali grezzi alle industrie manifatturiere in patria, ma costituivano dei nuovi mercati nei quali commerciare i prodotti industriali. Quindi farsi delle colonie divenne molto popolare. Era così popolare, infatti, che il Cancelliere tedesco organizzò una conferenza per spartire l’Africa tra gli stati Europei, in modo da evitare guerre nel continente. Senza contare che avrebbero anche ottenuto il felice effetto collaterale di diffondere le cosiddette 3 C: commercio, Cristianesimo e civilizzazione.


Quindi alla conferenza di Berlino del 1885, venne deciso il destino dell’Africa. Oh, e per la cronaca : nessun rappresentate dell’Africa venne invitato alla suddetta conferenza, ovviamente.
Nell'Africa occidentale, molti dei commerci coloniali si occupavano di schiavi sin dal 1807, e la maggior parte di questo terrificante traffico di esseri umani aveva luogo sulla costa. Non ci furono grandi insediamenti coloniali nell'entroterra fino a dopo che il commercio di schiavi non venne bandito dall'Impero Britannico.
Perdendo l’"opportunità" data dal commercio degli schiavi, i britannici optarono per il commercio delle palme. L’olio di palma era un ottimo lubrificante per i macchinari industriali, ed infatti durante il periodo coloniale vennero esportati prodotti per più di 16 milioni di sterline all'anno.
L’Impero Inglese avanzò delle pretese sui territori degli Igbo, ricchi di palme e convenientemente non-cristiani : un’occasione perfetta per la diffusione delle 3 c.
Quindi questo ci consente di comprendere il contesto storico dell'ambientazione del libro.


L’ALTRO contesto storico riguarda invece il periodo in cui fu scritto.
Attorno al 1858 l’Africa era all'albore del processo di decolonizzazione, dato che i poteri europei stavano rinunciando alle proprie colonie. E questo significa che in tutta l’Africa le persone intavolavano conversazioni riguardo alle possibili direzioni da intraprendere per il futuro. Dovremmo abbracciare la politica statale dell’Europa? Dovremmo formare una sorta di Confederazione Pan-Africana? Marxismo, Capitalismo… Chi sarebbe un alleato migliore? L’Unione Sovietica o gli Stati Uniti?
È quindi in questo contesto Achebe ci fornisce una storia riguardo il mondo pre-coloniale degli Igbo, dotato di stabilità e –a sua modo- forza, ma certamente non privo di problemi, permettendoci però anche uno sguardo alla Umofia coloniale.
È interessante osservare che a causa della propria ossessione per la forza e poiché agisce spinto dalla paura, Okonkwo non se la cava particolarmente bene sotto nessuna delle due strutture.


Ma ad ogni modo, torniamo al testo. L’incursione dei Britannici nelle terre degli Igbo è il punto focale della parte finale del libro. I missionari sono i primi ad arrivare nei villaggi dell’entroterra e all'inizio non sembra che la cosa sia particolarmente allarmante. Il primo missionario che Okonkwo incontra è un uomo chiamato Mr. Kiaga e viene descritto come un uomo di grande fede ma “innocuo”.
E poi c’è Mr. Brown, il missionario stanziato a Umofia, che si era invece guadagnato il rispetto tramite una “politica di compromessi e accomodamento”. 
Il signor Brown è disposto ad ascoltare gli abitanti del villaggio parlare delle proprie credenze, e cerca di incorporare alcune delle loro tradizioni nelle pratica del suo Cristianesimo.
Ma il successore del signor Brown a Umofia è il Reverendo James Smith e:


"per lui le cose erano o bianche o nere. E il nero era il male. Vedeva il mondo come un campo di battaglia sul quale i figli della luce erano impegnati in un conflitto mortale con i figli delle tenebre."

E l’intransigenza di Smith porta inevitabilmente ad un conflitto con la gente di Umofia e, come estrema conseguenza, alla distruzione della chiesa della Missione.
Ci viene detto:

"la chiesa di terra rossa che Mr. Brown aveva costruito era un cumulo di terra e ceneri. E per il momento lo spirito del clan era pacato."

Quindi con tre rapidi passaggi e tre missionari passiamo da un uomo innocuo, ad un altro il cui rigido sistema di credenze porta la comunità alla violenza. La città a questo punto mette mano alle armi e rimane pronta contro una rappresaglie, e ci viene detto che:

"Okonkwo era di nuovo quasi felice."

Invece, Okonkwo e molti altri dei capi-villaggio vengono arrestati, picchiati dai loro carcerieri e il villaggio viene costretto a pagare un’ammenda.
Okonkwo convoca un’assemblea di villaggio per organizzare una resistenza armata e quando le autorità arrivano per disperderla, lui decapita uno dei messaggeri, ma gli abitanti del villaggio lì riuniti non si schierano al suo fianco, e lui sa che ormai la sua battaglia è persa.

"Sapeva che Umofia non sarebbe entrata in guerra. Lo sapeva perché avevano lasciato scappare gli altri messi."

E successivamente, quando un Commissario Distrettuale Britannico arriva ad arrestare Okonkwo, scopre che Okonkwo si è impiccato.

Achebe conclude il romanzo rivelandoci i pensieri del Commissario Distrettuale riguardo a tutto quello che aveva appreso

"nei molti anni in cui aveva faticosamente lavorato per per portare la civiltà in diverse parti dell'Africa."

Il commissario vuole scrivere un libro di tutte le sue esperienze, che pensa di intitolare “La pacificazione delle tribù primitive del Basso Niger"; e decide che Okonkwo, il personaggio che abbiamo imparato a conoscere nel corso del romanzo, si è guadagnato:

"Forse non un capitolo intero, ma un bel paragrafo senz'altro"

In quei momenti finali del romanzo, vediamo la perdita di “umanità” legata dalla colonizzazione, e soprattutto indissolubilmente legata alla situazione in cui il privilegiato contempla dall'alto gli altri.

Il sistema europeo di colonizzazione ha fallito così miseramente a “vedere gli esseri umani come esseri umani” da arrivare a portare la distruzione in Africa, così come in altre parti del mondo.
Ma ovviamente Okonkwo e il suo villaggio non sono soltanto “un paragrafo” per noi. Non sono solo una nota a piè di pagina.
Il crollo, così come gli altri grandi libri del genere, ci aiuta a spazzare via macchie e offuscamenti nelle nostre “lenti di percezione”. Ci permette di vedere più chiaramente, ci chiede di immaginare il mondo e le persone che lo abitano con maggiore profondità, e ci porge grandi interrogativi, il tipo di interrogativi ai quali non è facile rispondere, ma che vale sempre la pena di domandarsi.
Come disse Achebe più avanti nella sua vita:

"La gente Igbo dice «Se vuoi vedere bene, non ti devi fermare in un solo posto»."

Grazie per la visione, alla prossima settimana.
John Green  "

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